La magia dei sogni, fin dai tempi più antichi, ha destato nell’uomo sensazioni quasi destabilizzanti, nel dualismo tra realtà e illusione e nella speranza che in qualche modo quest’ultima potesse avere poteri di influenza sulla prima. Le difficoltà del vivere quotidiano, in qualunque forma, materiali o spirituali, sono state connesse, a volte, nella consapevolezza della fragilità umana, ad eventi trascendenti la vista stessa. Il “Canto dei rapsodi erranti” vuole un po’ rappresentare il cammino dell’uomo che nella prima parte della sua vita è alla continua ricerca delle meraviglie del creato, che si bea di esse, che ne rimane, a seconda dell’evento che lo coinvolge, stupito, angosciato, innamorato, addolorato, tormentato, rasserenato, consolato, atterrito, soggiogato, schiacciato, sollevato. Ma in una seconda fase del proprio esistere, incominciano a manifestarsi curiosità, delusioni, frustrazioni, insoddisfazioni, una vera e propria fame di conoscenza, derivanti dalla consapevolezza che l’apparenza del creato non può essere immanente. Dietro ogni manifestazione sensibile, si comincia ad acquisire la coscienza che il presupposto di una verità assoluta nell’oggetto cede posto al dubbio che ci sia un verità relativa da ricercare oltre l’apparenza. Fin che non giunge quella che consideriamo l’illuminazione del nostro spirito, quel quid che ci svela ad un tratto, dissipando qualunque nebbia, il vero principio, le cause, e gli effetti della vita. La scoperta di Dio. Ed ogni cosa, visibile e invisibile, assume una connotazione differente. E la verità si fa piena, totale, esaustiva per legittimare la realtà.
Piero Stradella

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